L'intervista ad Alberto Ravagnani di Giacomo Poretti
Alberto Ravagnani, noto come il "prete-influencer" che negli anni del Covid ha prodotto diversi video della fede per giovani, affida al podcast di Giacomo Poretti la condivisione della sua scelta di “lasciare il sacerdozio ma non la sua missione”.
Qui si riporta il testo integrale dell'intervista, a partire dal minuto 42' 20", quando finalmente il discorso si sposta sull'esperienza personale di Alberto.
"Chi te l'ha fatto fare di diventare un prete?"
"Beh posso dire che è stato Dio ... attraverso il desiderio di vivere una vita piena di senso. Mi sono convertito a 17 anni, la mia famiglia non era credente, non ero molto "di chiesa". Ho fatto esperienza di Dio - anche se quel nome gliel'ho dato dopo - durante una confessione, dove sono "cambiato", nel senso che prima ero in un modo, e poi in un altro. Ho sperimentato amore, gioia di vivere, fiducia in me stesso. Questo cambiamento mi ha fatto aprire alla trascendenza, mi sono fato delle domande: da dove vengo, dove vado, cosa vuol dire amare, qual è il mio posto nel mondo? Dopo ho iniziato a pregare, e questo avveniva leggendo il vangelo: cosa aveva detto Gesù , cosa aveva fatto.
Mi sono detto "Wow! Questo è un maestro!". Mi sono proprio "innamorato" di Gesù: scrivevo poesie, fischiettavo. Sembravo più innamorato dei miei amici innamorati della ragazza o del ragazzo. Mi sono detto: "Se Dio mi ha cambiato la vita fino a questo punto, perché non posso dargli la mia vita?"
E così ho scelto di entrare in seminario, dopo la maturità. Però l’istanza originaria era il desiderio di vivere una vita piena, realizzata, felice, nel servizio agli altri secondo quel modo di vivere l’esistenza (cioè come i discepoli di Gesù, ndr).
Per me il seminario e la vita del prete erano i binari per vivere questa cosa e quindi mi sono messo su questa strada.”
“E adesso?”, chiede Poretti.
“Adesso il treno è rimasto lo stesso, però sono cambiati i binari. Desidero vivere per Dio, seguire il messaggio di Gesù e vivere la mia umanità il più possibile in maniera divina, o almeno tendere a tutto questo, però non più da prete. Infatti mi sono reso conto che il modo in cui la vita da prete mi chiede di essere non mi basta più, non ci sto più dentro. Il prete è un ruolo sociale a cui sono legate delle aspettative, degli obblighi, un campo di azione delimitato. Mi sono reso conto che sono già andato oltre tutto questo, e in me si è creata una dissonanza tra quello che dovrei essere in quanto prete e quello che adesso forse sono chiamato ad essere, a diventare, a fare.”
Non si può vivere questa missione ed essere anche sacerdote?
“Le due cose non sono per forza incompatibili, però nella mia vita lo sono state. In questi anni mi sono reso conto che è molto difficile, forse per me impossibile e neanche sano, che io mi sforzi di stare dentro un ruolo, un vestito che ormai mi sta stretto. Per questo lascio il sacerdozio.”
Come la stai vivendo? Con quali sentimenti stai vivendo questo momento che ci stai condividendo? (“regalando”, è la parola usata da Poretti)
“Con tanto timore. Mi rendo conto di avere tra le mani qualcosa di importante e non vorrei romperlo. Ho il desiderio di non sprecare il bene che nella mia vita è stato tantissimo. Io mi sento come se fossi stato il prete più fortunato del mondo. Un sacco di ragazzi attorno a me, un sacco di frutti, di esperienze, ho viaggiato tanto, imparato tanto da tanta gente. Sono cambiato, è stato fantastico.
Non voglio sprecare tutto questo bene, anzi questa scelta è proprio per evitare di morirci dentro, di sprecare tutto quello che c’è stato, e invece di portarlo oltre.”
Quindi è tutta colpa del “ruolo”?
“Aldilà del mio rapporto con Dio legato al mio ruolo, quello che conta è il mio rapporto con Dio nella mia coscienza.
Nel mio cuore c’è una chiamata ad andare oltre, portare Gesù un po’ più in là dei confini della Chiesa Cattolica. Arrivare a quelli che non sono dentro, che non vogliono entrare, che guardano con scetticismo non solo la Chiesa ma anche Dio e Gesù.
Nella misura in cui essere prete, avere questo ruolo, è un freno e un impedimento, anche interiore, allora – nonostante mi pesi, sia faticoso, non sia indolore – credo che sia arrivato il momento di fare questo passo. Non è una scelta dell’altro giorno, ma su cui ho meditato a lungo.”
Come devo chiamarti adesso? Ancora “don”?
“Dal punto di vista dell’autorità, no (detto con rispetto, ndr). Ma la mia non è una scelta di totale rottura, non rinnego il sacramento che ho ricevuto. Io mi sento prete. Teologicamente uno è “prete per sempre” (in realtà “sacerdote”, colui che porta Gesù attraverso i sacramenti da Lui istituiti, ndr), e io mi sento "prete" (persona che avvicina a Cristo, ndr). Però la modalità con cui io voglio vivere il mio “esser prete” non è quella di stare dentro un’istituzione, da "prete" come collaboratore del vescovo e secondo le aspettative delle persone rispetto a questo ruolo (quindi "presbitero", ndr). Non so se esista un modo nuovo di essere prete.”
Piccola nota di redazione: per esprimere questo concetto, con il Vaticano II il magistero della Chiesa distingue tra il sacerdozio “comune”, di tutti i battezzati, e il sacerdozio “ministeriale”, che corrisponde al sacramento dell’ordine e conferisce la facoltà di amministrare i sacramenti.
Poretti: “Per me tu sei prima di tutto Alberto, una persona, che tu sia prete o no. Il problema di come lo vivi non è una questione più tua, personale?”
Sì e no. Per quanto io possa sentirmi “Alberto”, le persone vedranno sempre il “don” davanti alla persona, e questo è uno dei motivi per cui alla fine ho detto ‘basta, non ha senso per me stare in questa cosa’: perché crea distanza con le persone, soprattutto quelle che a questo “don” non associano dei valori positivi. Per tante persone infatti i preti sono solo ladri, pedofili, ecc…”
Poretti: “Ma i tuoi ragazzi dell'oratorio di Busto Arsizio non riempivano le tue celebrazioni? Loro non ci vedevano una cosa negativa.
“Certamente per i ragazzi di Busto io rimarrò sempre “don Alberto”!
Credo però che il Signore mi abbia fatto fare un percorso. Ho fatto video, sono diventato popolare, ho parlato con persone che stanno anche aldilà non solo dell’oratorio, ma anche fuori dalla diocesi e la Chiesa. Ho avuto la possibilità di entrare in un mondo che non è il mondo del cristianesimo.
Ci sono state tante provocazioni che mi hanno toccato, ho capito che avrei potuto parlare in maniera diversa.”
Perché ti preoccupa tanto cosa pensano gli altri del prete?
“La questione fondamentale non riguarda il mio rapporto con gli altri, ma con me.
Essere “don” era diventata la mia identità. Forse dipende da come ho vissuto il seminario, la mia formazione. Mi identificavo completamente nel ruolo del “don”. Forse c’è stato anche un problema di formazione. Per fare un esempio, a 21 anni, dopo due anni dall’ingresso, mi hanno vestito da prete, con la talare. Mi rendo conto che all’epoca non ero ancora formato nella mia identità, e questo mi ha segnato.
All’epoca ero contentissimo di sfoggiare la mia camicia, ma a posteriori mi sono detto: da quando ho ventun anni mi sono sempre visto come “il prete” e non mi sono dato la possibilità di capire chi fossi, di mettermi in discussione, di autorizzare un percorso di ricerca che invece è fisiologico a quell’età (e non piuttosto a 35? ndr). Se fossi entrato in seminario dopo delle esperienze affettive, dopo una laurea, da più grande, forse sarebbe andata diversamente? Non lo so. Per me è andata così.”
E quindi?
“Di fronte a questa constatazione, ho scoperto un mondo. All'inizio ho fatto fatica a guardarmi allo specchio senza colletto o senza colore nero. Ho iniziato un percorso di riscoperta della mia identità: chi sono, chi voglio essere?
Sapevo che la mia fede (il mio rapporto con Dio) non mi impone di apparire come mi vedevo allo specchio prima, o come le persone mi vedono.
I preti agli occhi della gente risultano persone dedite esclusivamente a Dio, alle cose spirituali, che non hanno pulsioni, non hanno peccati, non hanno a che fare con i problemi della gente.
Scatta una sorta di censura, perché in realtà tutti sappiamo che anche i preti hanno delle difficoltà personali: è una cosa a cui non si vuole pensare, perché questa cosa ti smonta il sistema, ti smonta che ci siano delle persone ‘buone, pure e sante come degli angeli’, come se loro soltanto possono essere a immagine e somiglianza di Dio, mentre i poveri esseri umani no, e per questo avrebbero bisogno di loro e dei sacramenti, perché loro sono i perfetti, i "puri".
Con una battuta, con questa scelta mi sento tornato tra gli esseri umani.
(anche qui: la Chiesa si è interrogata profondamente su questa questione attraverso il Concilio Vaticano II, riscoprendo la vocazione delle origini di tutti battezzati. Le conclusioni sono riportate nel documento "Lumen gentium", che apre strade tutte da scoprire, da ciascun battezzato - ndr)
Cosa troveremo nel libro “La scelta” che hai pubblicato da poco?
“Parlo della mia vita, dall’inizio fino all’altro giorno, raccontandola in funzione di questa scelta: i motivi che mi hanno portato ad essere prete, e poi a non esserlo più, continuando la mia missione (ovvero? ndr). Racconto soprattutto la crisi che ho vissuto, metto in serie i miei dubbi riguardo alla sessualità, al celibato, alla dottrina della chiesa, al potere nella chiesa, al ruolo del prete, al tema della libertà, a come ho fatto fatica a vivere le relazioni.…)
Senza fare spoiler, il libro è un grande invito alla libertà, ad essere liberi in senso più pieno: io pensavo di essere libero, orgogliosamente, sbattevo in faccia agli altri la mia libertà, poi mi sono reso conto che in realtà non ero ancora libero, e forse ancora adesso non lo sono ancora. Ho capito che la libertà è un cammino che dura tutta la vita, che essere liberi vuol dire liberarsi continuamente. E liberarsi vuol dire farsi voler bene: solo sotto un sguardo che ti vuole bene, che ti ama, allora tu riesci ad essere te stesso fino in fondo.
